La trilogia del Tide Child – Recensione
Ho letto la trilogia del Tide Child tra la fine del 2024 e l’inizio di quest’anno, ma so che “Le navi d’ossa”, “La chiamata delle navi d’ossa” e “Il retaggio delle navi d’ossa” di R.J. Barker si collocano già tra i libri migliori del mio 2025.
Si tratta di una saga dark fantasy ad ambientazione piratesca. Se questo da solo non bastasse, in questa recensione vediamo gli altri motivi per cui mi è entrata nel cuore.

Trama Le navi d’ossa
Per generazioni, le Cento Isole hanno costruito le loro navi usando le ossa di draghi antichi per combattere una guerra senza fine. I draghi si sono estinti, ma le lotte per la supremazia sono continuate. Ma, dopo secoli, è stato avvistato il primo drago in acque remote ed entrambe le parti vedono una possibilità di far pendere dalla loro parte l’ago della bilancia del potere. Perché chiunque riuscirà a catturarlo non vincerà solo la gloria… ma anche la guerra.

Trama La chiamata delle navi d’ossa
I draghi sono tornati nelle Cento Isole. Ma il loro ritorno preannuncia soltanto guerra e distruzione. Quando, nel ventre di una nave, viene scoperta una folla di schiavi in fin di vita, la dama di nave Meas e la ciurma del Tide Child si ritrovano catapultati in un complotto malvagio che li porterà a mettere in dubbio la loro lealtà e a lottare per la vita.

Trama Il retaggio della nave d’ossa
Comandando la flotta nera dal ponte del Tide Child, Joron coglie ogni opportunità per colpire i suoi nemici, ma sa che il suo tempo è limitato. La sua flotta si sta riducendo e il morbo keyshan sta scorrendo nel suo corpo. Scappa da una profezia secondo cui lui e il Guardavento metteranno fine al mondo intero.
Ma i draghi marini hanno iniziato a tornare e se si può avere un miracolo, chi dice che non se ne possa avverare anche un altro?
Recensione
La trilogia del Tide Child è ambientata in un mondo in guerra, composto dall’arcipelago delle Cento Isole da un lato e dalle isole Gaunt dall’altro. Questi popoli, nemici da generazioni, si affrontano in una lotta per la supremazia che avviene soprattutto per mare, a bordo delle famigerate navi d’ossa: vascelli composti dalle ossa di antichi draghi marini, i Keyshan.
Ma i Keyshan sono estinti da tempo, e le navi composte con le ossa delle creature cacciate stanno marcendo. Sembra che le flotte delle Cento Isole e delle isole Gaunt siano destinate ad affondare, e con esse le logiche politiche che per anni hanno animato gli scontri.
Finché non viene avvistato un Keyshan, vivo, mentre solca maestoso i mari.
La leggenda prende corpo, riaccendendo la scintilla della guerra. E chi desiderava la pace si trova a dover prendere una posizione.
Ammetto di aver amato senza ritegno il concept di un fantasy piratesco, a tratti epico, a tratti dark. La trilogia del Tide Child racconta una storia di guerra, sangue e crudeltà, in cui i bambini vengono sacrificati per alimentare le navi d’ossa, chi nasce con qualche difetto fisico è presto condannato, chi vive per mare fa i conti ogni giorno con una lotta per la sopravvivenza serrata. La guerra non lascia scampo, e laddove questa non riesce ad arrivare, sono la miseria e le rigide regole sociali a stringere la popolazione in una morsa.
Come capita anche fuori dalle pagine dei romanzi, per i potenti non valgono le stesse regole che stringono gli umili. In nome del potere o di ciò che ritengono giusto in base a un contorto codice morale, costoro giocano con le vite degli altri su una scacchiera che copre gli interi arcipelaghi.
Anche il Tide Child, che dà il nome alla saga, si ritrova invischiato in questo gioco. Si tratta di una nave nera, ossia una nave d’ossa con un equipaggio composto da condannati a morte.
Gli ultimi degli ultimi, almeno sulla carta. Finché non giunge “Lucky” Meas Gilbryn a prendere il comando e a trasformare il Tide Child in una vera nave della flotta. A dare alle sue donne e ai suoi uomini uno scopo, una missione, un obiettivo più alto, per quanto folle possa sembrare in un’ambientazione così violenta: la pace.

Una delle cose meglio riuscite di questa serie di libri è l’evoluzione. Dei protagonisti, dei personaggi secondari, dell’intera ambientazione.
Meas Gilbryn è un personaggio straordinariamente caratterizzato, con una forza fuori dal comune, quasi ammantata di leggenda. Tuttavia non risulta mai né forzata, né eccessivamente potente. Al contrario è un personaggio umano, fatto anche di ombre e ferite ben costruite, che le danno consistenza e contribuiscono a un’evoluzione che ha una svolta inaspettata ne “Il retaggio della nave d’ossa”.
Un altro personaggio davvero ben caratterizzato è Joron Twiner, vero protagonista della storia, nonché voce narrante. Joron si trova imbarcato sul Tide Child per essere stato condannato per un crimine – l’uccisione di un uomo – che ha commesso quasi fortuitamente. È un uomo misero, che rifugge le proprie responsabilità, preferendo cercare nell’alcol l’oblio dalle sue colpe e dal dolore che lo insegue da una vita.
Ma da quando incontra Meas, Joron inizia a cambiare, gradualmente trasformandosi in un guardaponte – il secondo sul Tide Child – affidabile, in un pirata nero temibile e in un eroe dotato di un potere unico in grado di dare più di una svolta agli eventi.

Sia Maes che Joron, ma anche molti degli altri personaggi secondari, sono caratterizzati in modo realistico e consistente. Le loro motivazioni sono chiare, anche se può accadere che cambino durante lo svolgersi della storia. Il tutto viene giustificato correttamente dal susseguirsi degli eventi, risultando un punto di forza di questa saga.
Barker crea un mondo molto interessante e ricco, nel quale non si entra con estrema immediatezza. Per fare qualche esempio, il tempo è scandito in modo diverso da come siamo abituati (la suddivisione non è in settimane, e i nomi dei giorni sono diversi da quelli che conosciamo); il sole viene chiamato Occhio di Skearith, in onore dell’uccello mitologico che, secondo le credenze dei popoli della saga, ha dato origine al cosmo; la religione si basa sull’adorazione di tre figure femminili, la Fanciulla, la Madre e la Megera, ciascuna con degli attributi ben definiti.
L’utilizzo di termini diversi da quelli ai quali siamo abituati per indicare anche oggetti comuni può causare all’inizio un lieve effetto destabilizzante, ma è qualcosa che dura solo poche pagine. Non appena ci si fa l’abitudine, ci si immerge in un’ambientazione a diversi strati, ben strutturata e molto ricca, nella quale ci si orienta senza difficoltà.
Come parte dell’ambientazione, non si può non menzionare la varietà di creature che abitano il mondo di Barker, perlopiù pericolose, temibili, divoratrici di uomini. Gran parte delle vicende si svolgono in mare, e l’autore, nel dipingere la durezza dei personaggi che ne sono protagonisti, lo fa anche tratteggiando la ferocia delle creature marine che si agitano sotto le chiglie delle navi. Piccolissima nota di traduzione: alcuni nomi – ad esempio quello del grinfiapolpo – non risuonano temibili quanto il mostro che dovrebbero rappresentare, ma è un dettaglio.

Nota di merito per due creature che hanno un ruolo rilevante all’interno della saga: i Keyshan e i guillame.
I Keyshan sono draghi marini, creature leggendarie credute estinte che con le loro ossa hanno inconsapevolmente alimentato la guerra tra le Cento Isole e le isole Gaunt.
La prima volta che un Keyshan vivo ha fatto la sua comparsa nella storia, è stato un momento di pura meraviglia, magia e potenza. E l’effetto non si è mai smorzato, neanche quando altri draghi marini sono apparsi. La frase: “Keyshan in vista!”, pronunciata dalle vedette del Tide Child, riesce ogni volta a dare i brividi.
I guillame, invece, sono degli uccelli umanoidi dotati di una magia in grado di far volare le navi d’ossa. Gli uomini li accecano appena nati e li allevano per poter sfruttare questa loro capacità. Li trattano alla stregua di schiavi, di oggetti da adoperare finché utili e nulla più. Con il tempo, Joron stringerà un legame con il guillame del Tide Child, mettendo in evidenza la miseria e il dolore della condizione di queste creature. Ma i guillame hanno un legame anche con i Keyshan, che risulterà fondamentale per la risoluzione di tutte le vicende.
Il sistema magico è a tratti accennato. Si mostra la magia dei guillame, la mistica potenza dei Keyshan, le fiamme cadaveriche che illuminano le navi d’ossa, generate dal sacrificio dei neonati, ma non si spiega esattamente come queste cose funzionino. Stessa cosa per il potere di Joron: quando viene esercitato, la descrizione è sempre sublime e suggestiva, ma non ci sono spiegazioni né sull’origine dello stesso, né sul perché proprio Joron lo detenga. Ma va benissimo così: l’ambientazione non perde mai di consistenza, e il lettore comunque si orienta bene tra le varie componenti, senza avere bisogno di altro.
Menzione d’onore per la scrittura di Barker, suggestiva, ben fatta, in grado sia di descrivere scene d’azione adrenalinica, sia di creare immagini dal forte impatto emotivo. Per suo stile, l’autore utilizza spesso le metafore, che si comprende hanno l’intento non solo di potenziare l’effetto suggestivo di alcune espressioni, ma anche di creare un collegamento con gli elementi di ambientazione, che in questo modo non vengono spiegati, ma vengono ugualmente fatti comprendere al lettore. Nonostante l’espediente in genere funzioni, in alcuni casi l’ho trovato leggermente forzato e ne avrei fatto a meno. Ma si tratta di una piccola sbavatura a fronte di uno stile per il resto maturo e ben costruito.
Il misto sapientemente creato tra ambientazione suggestiva, personaggi ben scolpiti e stile evocativo ha come risultato una storia avvincente, dove c’è tanta guerra e tanta azione, ma anche momenti di emotività e a tratti di poesia.
La guerra non è solo brutalità e violenza – anche se quelle non mancano – ma è anche strategia, pianificazione e calcolo politico. Il contesto nel quale si muovono i personaggi è oscuro, meschino, turpe, ma c’è comunque un afflato verso ideali più alti, la speranza di un sogno impossibile – quello di essere uomini e donne migliori, finalmente in pace – senza il quale non saremmo nulla.
La trilogia del Tide Childe è una storia che parla di solitudine ed emarginazione, di perdita, sofferenza e sacrificio. Ma parla anche di fiducia, di seconde possibilità, di superamento dei propri confini e, infine, di evoluzione e miglioramento.
Una lettura imperdibile per gli amanti del fantasy.
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